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 un libro senza figure e senza dialoghi a cosa potrebbe servire,se non alla propria inesistenza,dato che non si trova altro in nessunissimo libro che non sia appunto dialogo,o o figura,o entrambe le cose,sebbene tutt’altro vi si legga o dichiari

 un libro senza figure e senza dialoghi a cosa potrebbe servire,se non alla propria inesistenza,dato che non si trova altro in nessunissimo libro che non sia appunto dialogo,o o figura,o entrambe le cose,sebbene tutt’altro vi si legga o dichiari

 quello che vediamo in stato di veglia è morte-sogno ciò che vediamo nel sonno

 quello che vediamo in stato di veglia è morte-sogno ciò che vediamo nel sonno

 seconda traccia da una griselda e dalla definitiva sparizione del contemporaneo,affare di fantasima e pettignone

 seconda traccia da una griselda e dalla definitiva sparizione del contemporaneo,affare di fantasima e pettignone

 prime tracce da una griselda e del racconto della loro cancellazione,prolegomeni ad asemic graphic novel e filosofia dell’illustrazione
Finita la lunga novella del re, molto a tutti nel sembiante piaciuta, Dioneo ridendo disse: - Il buono uomo che aspettava la seguente notte di fare abbassare la coda ritta della fantasima, avrebbe dati men di due denari di tutte le lode che voi date a -; e appresso, sappiendo che a lui solo restava il dire, incominciò

d’essersi abbattuto a una, che quando fuor di casa l’avesse in camicia cacciata, s’avesse sì ad un altro fatto scuotere il pelliccione, che riuscita ne fosse una bella roba.
 

la seguente notte bella roba.



sappiendo che a dati men di nel sembiante piaciuta, di fare abbassare fatto scuotere il la coda ritta fuor di casa che voi date il dire, incominciò ad un altro cacciata, s’avesse sì una, che quando a messer Torello tutte le lode uomo che aspettava l’avesse in camicia della fantasima, avrebbe pelliccione, che riuscita - Il buono d’essersi abbattuto a molto a tutti Dioneo ridendo disse: lui solo restava due denari di ne fosse una Finita la lunga novella del re, -; e appresso,

 prime tracce da una griselda e del racconto della loro cancellazione,prolegomeni ad asemic graphic novel e filosofia dell’illustrazione

Finita la lunga novella del re, molto a tutti nel sembiante piaciuta, Dioneo ridendo disse: - Il buono uomo che aspettava la seguente notte di fare abbassare la coda ritta della fantasima, avrebbe dati men di due denari di tutte le lode che voi date a -; e appresso, sappiendo che a lui solo restava il dire, incominciò

d’essersi abbattuto a una, che quando fuor di casa l’avesse in camicia cacciata, s’avesse sì ad un altro fatto scuotere il pelliccione, che riuscita ne fosse una bella roba.

 

la seguente notte bella roba.

  1. sappiendo che a dati men di nel sembiante piaciuta, di fare abbassare fatto scuotere il la coda ritta fuor di casa che voi date il dire, incominciò ad un altro cacciata, s’avesse sì una, che quando a messer Torello tutte le lode uomo che aspettava l’avesse in camicia della fantasima, avrebbe pelliccione, che riuscita - Il buono d’essersi abbattuto a molto a tutti Dioneo ridendo disse: lui solo restava due denari di ne fosse una Finita la lunga novella del re, -; e appresso,
 progettando di asemic writing-intanto lettere da un paese lontano

 progettando di asemic writing-intanto lettere da un paese lontano

 non rappresentabilità e non rappresentatività,una conclusione fatale,trattandosi di una premessa

 non rappresentabilità e non rappresentatività,una conclusione fatale,trattandosi di una premessa

 nota in merito a restrizioni municipali o editoriali che dir si vogliano,date del lustro trascorso

 nota in merito a restrizioni municipali o editoriali che dir si vogliano,date del lustro trascorso

Laura Silvestri

SOTTRAZIONE



Queste montagne inestricabili sono il regno e il suo confine.
Si vive in remoti pertugi, a valle, negandoci ad ogni ascensione, quelli di noi, esigua minoranza, che l’esilio ha eletto a suoi scalcinati ministri.
Esilio dentro il regno, nel cuore stesso del territorio, negli interstizi lasciati vuoti per distrazione.
Tutto attorno è questo brulichio, questo bisogno vuoto e neutro di sopravvivere aggrappandosi all’esistenza congelata delle cose.
Dalle stanze isolate, da questa sottrazione, si distoglie lo sguardo, si ha ritegno a parlarne.
Ma ci sono visioni nella notte, quegli spazi che si aprono nel cielo a grandi altezze. Non così in alto che non ci si possa immergere e scrutarne i bordi frastagliati, là dove i limiti aprono il vuoto sgombrandolo all’ascolto.
Accadono nell’arco di molti anni e si danno a vedere dall’alto di queste montagne, centro e confine dell’esistente, entità e margine della geografia che è stata concessa.
Ma lo scrutare da tali vertici lungo i margini e dentro la materia che risuona non è dato alle maggioranze dei camminatori che qui dominano i luoghi e conoscono valli e crepe, gli sfondamenti con le croci dei precipitati, e i sentieri i boschi e tutti i tipi di fogliami digradanti e impallidenti verso il cielo.
Questi evanescenti diorama come da bocche di vulcano aperte a tali altezze nella notte ghiacciata si mostrano ai più oziosi imbiancati che per i lunghi anni inveiscono al monte, alle creste, stando immobili chiusi su sé alle pendici.
L’origine e il confine furono sempre per loro incompresa dannazione.
Ma li ripagano quelle notti – una due al passare di una vita – quando a loro spetta il cammino, veloce agilissimo, impensato, per quanto senza moto, il monte è una bestia domata, il confine s’infrange al solo fissarsi dell’occhio.
Lassù sollevati, nel vuoto gialloarancio che si apre, hanno sagome forti eppure sfasate come di chi danza controvoglia, con gambe pesanti.
- Ci sbilanciamo. Verso un’acuta striatura verdedorata, come in progressive frane, scivolamenti.
Come ascoltando il resto di lingue primitive cancellate, articolazoni, balbettii che si affacciano tra i filamenti di questo cielo gelato, noi e loro sospesi in un notturno esilio, su soglie sonore, al limitare di abrasioni, prossime afasie.
Ci facciamo sottili come lamine per risuonare a questo acceso diniego, a queste lacune e smarrimenti, mentre là al fondo la totalità delle voci si scheggia in frammenti inudibili, in scie disperse, ripercorrendo il cammino a ritroso.
Si aprono ferite nella pelle per questi suoni-scheggia, suoni-materia, e intorno è tutto un crepitare un raspare uno sgranarsi attraverso carni sconfinate di cui ci giunge il lontano interno vibrare.
Ecco l’Espressione: che s’incolla alla cornea e al cuore irrichiesta, pura, cieca passione. Il vuoto al fondo dove germogliano le voci senza suono. L’occhio si fa trasparente.
Ma come un lampo si richiude il battito silenzioso, essiccato.
A un volgere del vento, al blu striato che ci fende il capo, in quella distrazione, nel volerci  custodire un equilibrio terrigno e cieco, in quella fessura. Nel sostenerci troppo umano scivola su noi rapida la cancellazione, così come precipitosa la nostra discesa ci riconsegna al silenzio oscuro giù al fondo, al nostro ritegno.
Ricondotti al parlare dei più, alla perdita, all’assenza irreparabile, siamo nuovamente clandestini. Tra quelli che parlano avendo da sempre dimenticato.
Nell’universo tornato ad essere taciturno.

Laura Silvestri

SOTTRAZIONE

Queste montagne inestricabili sono il regno e il suo confine.

Si vive in remoti pertugi, a valle, negandoci ad ogni ascensione, quelli di noi, esigua minoranza, che l’esilio ha eletto a suoi scalcinati ministri.

Esilio dentro il regno, nel cuore stesso del territorio, negli interstizi lasciati vuoti per distrazione.

Tutto attorno è questo brulichio, questo bisogno vuoto e neutro di sopravvivere aggrappandosi all’esistenza congelata delle cose.

Dalle stanze isolate, da questa sottrazione, si distoglie lo sguardo, si ha ritegno a parlarne.

Ma ci sono visioni nella notte, quegli spazi che si aprono nel cielo a grandi altezze. Non così in alto che non ci si possa immergere e scrutarne i bordi frastagliati, là dove i limiti aprono il vuoto sgombrandolo all’ascolto.

Accadono nell’arco di molti anni e si danno a vedere dall’alto di queste montagne, centro e confine dell’esistente, entità e margine della geografia che è stata concessa.

Ma lo scrutare da tali vertici lungo i margini e dentro la materia che risuona non è dato alle maggioranze dei camminatori che qui dominano i luoghi e conoscono valli e crepe, gli sfondamenti con le croci dei precipitati, e i sentieri i boschi e tutti i tipi di fogliami digradanti e impallidenti verso il cielo.

Questi evanescenti diorama come da bocche di vulcano aperte a tali altezze nella notte ghiacciata si mostrano ai più oziosi imbiancati che per i lunghi anni inveiscono al monte, alle creste, stando immobili chiusi su sé alle pendici.

L’origine e il confine furono sempre per loro incompresa dannazione.

Ma li ripagano quelle notti – una due al passare di una vita – quando a loro spetta il cammino, veloce agilissimo, impensato, per quanto senza moto, il monte è una bestia domata, il confine s’infrange al solo fissarsi dell’occhio.

Lassù sollevati, nel vuoto gialloarancio che si apre, hanno sagome forti eppure sfasate come di chi danza controvoglia, con gambe pesanti.

- Ci sbilanciamo. Verso un’acuta striatura verdedorata, come in progressive frane, scivolamenti.

Come ascoltando il resto di lingue primitive cancellate, articolazoni, balbettii che si affacciano tra i filamenti di questo cielo gelato, noi e loro sospesi in un notturno esilio, su soglie sonore, al limitare di abrasioni, prossime afasie.

Ci facciamo sottili come lamine per risuonare a questo acceso diniego, a queste lacune e smarrimenti, mentre là al fondo la totalità delle voci si scheggia in frammenti inudibili, in scie disperse, ripercorrendo il cammino a ritroso.

Si aprono ferite nella pelle per questi suoni-scheggia, suoni-materia, e intorno è tutto un crepitare un raspare uno sgranarsi attraverso carni sconfinate di cui ci giunge il lontano interno vibrare.

Ecco l’Espressione: che s’incolla alla cornea e al cuore irrichiesta, pura, cieca passione. Il vuoto al fondo dove germogliano le voci senza suono. L’occhio si fa trasparente.

Ma come un lampo si richiude il battito silenzioso, essiccato.

A un volgere del vento, al blu striato che ci fende il capo, in quella distrazione, nel volerci  custodire un equilibrio terrigno e cieco, in quella fessura. Nel sostenerci troppo umano scivola su noi rapida la cancellazione, così come precipitosa la nostra discesa ci riconsegna al silenzio oscuro giù al fondo, al nostro ritegno.

Ricondotti al parlare dei più, alla perdita, all’assenza irreparabile, siamo nuovamente clandestini. Tra quelli che parlano avendo da sempre dimenticato.

Nell’universo tornato ad essere taciturno.

La frase di un saggio del nostro tempo (Henri Bergson), “noi percepiamo soltanto morte”, ostica solo in apparenza, esprime in forma lapidaria una conoscenza profonda.

La frase di un saggio del nostro tempo (Henri Bergson), “noi percepiamo soltanto morte”, ostica solo in apparenza, esprime in forma lapidaria una conoscenza profonda.

 rosemaryz

 rosemaryz

rosemaryz,da roberto cavallera

(due versioni automaticamente generate da rosemaryz)

gli mi che guardano Malcolm la metà e sto sedendomi qui le cose a caso di battitura a macchina! Ora lo ha cambiato così ora sto guardando il ” George Lopez” è divertente! Va ” Come circa il film dello Steven Stigal conoscete quei prima che ottenga a grasso di dare dei calci a!! EL di EL oh!!! Sono in modo da alesato e Benny è in modo da la media ma lei è divertenti! Così è Erney ma è genere di grasso ed ha GRANDI orecchie! Massimo giusto è sveglio quando è più vecchio in George Lopez! È CALDO! `Di Odale che è che cosa dice sempre e WA-PAH!!! Approvazione sono fatto!

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-pneumatica, politica della città di polis di polmonite, *polys metropolitani molti polyandry, polychrome, polysyllable pous, cefalopodo, *protos primo protoplasma, pseudonimo falso dei *pseudes del prototipo, alito pseudo-classico del *psyche, anima, psicologia del pédicure

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 gherardo bortolotti-saggio di letteratura

 gherardo bortolotti-saggio di letteratura

gherardo bortolotti-saggio di letteratura

Se l’autore è qualcuno che cerca non di duplicare l’ordine (sconosciuto) del mondo ma di offrire al lettore un ordine del mondo, come esperimento sul mondo stesso, le tecniche principali di cui può fare uso sono il catalogo, la giustapposizione, l’elenco. E fondando la propria autorità sul progetto di radunare immagini disperse, frasi incomplete e significati discontinui, scopre alla fine il nucleo intimamente etico di ciò che sta facendo. Per quanto importanti possano suonare queste parole, credo che sia proprio da questo punto di vista che può essere capito un libro come quello che qui inizia.

E che cos’è questo libro? Soprattutto, è una specie di Wunderkammer grafica e verbale, in cui oggetti estetici fuori dal comune trovano un luogo ed un destino comuni. Come ogni Wunderkammer, può esercitare due tipi di fascino. Da una parte, può sedurre i lettori con la ricchezza e la stranezza della sua collezione, con l’affascinante attrazione della sua forza centripeta, che mette insieme “cose” così strane e differenti. Dall’altra parte, rapisce lo sguardo e l’attenzione dei lettori lungo le linee delle spinte centrifughe che mantiene, essendo ogni singola figura o frase in grado di catturare la loro immaginazione, e portarla in un mondo differente, suggerendo differenti parametri di realtà.

In questo senso, ogni esemplare della sua collezione appare come una traccia di qualcosa che è successo (un atto dell’autore, una mossa del mondo), in un processo di reazione continua agli eventi che formano la nostra vita, ai pensieri, ai sentimenti e alle percezioni che continuamente generiamo e sperimentiamo. Allo stesso tempo, ogni immagine o frase appare come una traccia che conduce ad un’intuizione o ad un’altra, a questa o a quella forma generale del mondo che la sua realtà implica.

Nel cuore di questa esposizione, come dicevo, c’è il potere razionale/irrazionale della giustapposizione la cui sequenza instaura un unico ordine, netto e rigoroso, generando allo stesso tempo i flussi di significati e sensazioni incontrollati. A sua volta, nel cuore delle giustapposizione, c’è un vuoto. È il vuoto tra una cosa e l’altra, dove stanno due segreti: quello dell’autore, in cui nasconde la sua scelta di mettere insieme quelle cose e non altre, che è il vero terreno su cui ha costruito la sua autorialità ed il suo lavoro; quello del lettore, che scopre in esso ciò che non sapeva di sapere e trova posti, ricordi e parole che vivono in aree remote e dimenticate della sua persona.

Così, ecco che cos’è questo libro: un lavoro su una mancanza, una collaborazione in vista di un futuro vicino in cui ci sarà qualcosa, invece di non avere niente.

 la critica di tutte è l’ultima forma:finirà per assorbirle tutte

 la critica di tutte è l’ultima forma:finirà per assorbirle tutte

 diario di una domenica d’estate

 diario di una domenica d’estate